Recensioni

Il paesaggio di Guerino Palomba

Riflessione sugli “anni ’70/’80 del novecento”


di Veronica Di Lullo

E’ il paesaggio la prima fonte d’ispirazione di Palomba, lì tra le aspre montagne e i dolci pendii dell’Alto Molise, poco più che giovinetto, inizia l’attenta osservazione di forme e colori: si nutre di questi elementi così primitivi e autentici, offerti da quella natura aspra e incontaminata dove vive i primi anni della propria vita.
Nel mondo rurale, nella semplicità di vita condotta dai contadini, la sua forma artistica nasce e si accresce fino ad esprimere, con un certo lirismo, luoghi silenziosi, disturbati solo da pennellate rapide le quali sembrano evocare il canto di quel vento che distingue il paesaggio molisano. Il vento del Molise spira, tira, è spesso improvviso e violento, costringe tutte le cose che incontra ad impegnarsi in danze forsennate senza fine sullo sfondo di un cielo terso il quale non conosce ancora i colori dell’industrializzazione. Sembra proprio che l’energia del vento, così familiare al nostro artista, sospinga anche la sua mano a descrivere una dimensione impervia dove le case dei contadini e le loro campagne povere sono raccontate da pennellate quasi “impressioniste” le quali, cariche di un istintivo senso cromatico e compositivo, materializzano la verità di un paesaggio fatto di emozioni più che di concetti.
Nella rappresentazione del mondo rurale di Guerino Palomba dimostra, già nelle prime opere, le prime incertezze, il dubbio; è davanti ad un bivio e deve fare la sua scelta artistica: rappresentare i luoghi con la stessa dolcezza e l’incanto dei poeti impressionisti, oppure spingersi fino ad una ricerca intensa e drammatica come quella di Courbert o Van Gogh?
Come per Van Gogh anche la sua pennellata è semplificata rispetto al tocco impressionista e, in alcuni esempi, è quasi inquieta ma, diversamente dal maestro olandese, Palomba non trova negli “uomini la radice di tutto”, non si esprime per protestare violentemente contro la società, ma dimostra comunque, senza eccessi, la consapevolezza della precarietà di certi valori che, ostinatamente è gelosamente, il mondo contadino non vuole abbandonare: l’artista non ci vuole raccontare la sofferenza e la fatica dei contadini, la quotidianità degli uomini ma, come il suo vento, si eleva al di sopra della realtà tangibile per fermare sulla tela le “forze creative”, stabilire un rapporto natura-artista.
In questo aspetto mi sembra di cogliere, come nella pittura di Paul Klee, la stessa volontà di trovare nella natura, negli alberi, nel cielo terso del sud, nei tetti delle piccole case la presenza di Dio: ogni qualvolta la linea di Palomba di spezza, procede dritta e si presenta con colori accesi, manifesta l’inquietudine di trovare nelle cose il giardino di Dio.
C’è in Palomba la volontà di rappresentare, con grande semplicità, un’autentica dimensione mistica, cercando nelle “piccole cose” -tanto care ad Hermann Hesse- il senso della vita che è nel grembo della natura: nel vento. Come il vento, che per i cristiani e gli ebrei rappresenta “l’immagine visibile del Dio invisibile”, la fonte di vita nella pittura paesaggistica di Palomba diventa un elemento energetico, una forza capace di modellare una realtà fenomenica che sospende le cose tra una dimensione tangibile e esperibile e un sentimento di dolce speranza. Nella sua pittura infatti non c’è prepotenza ma, piuttosto, una laconica determinazione con la quale continua a fare, continua a dipingere, senza nessun ingombro intellettuale, le emozioni più intime che nascono da un genuino impulso naturale. La natura con i suoi dolci rossi, gli azzurri chiari e i verdi intensi è un miraggio, il simbolo di una unità e una semplicità perduta, racconta con un velo di nostalgia, la natura è un sentimento, lo stesso che ci aveva descritto Leopardi, che ci aveva mostrato Constable e Turner, lo stesso che ci avevano descritto gli artisti del XIX secolo.
Per Palomba il mondo contadino non è sofferenza, violenza, ma un luogo di sopravvivenza del mito dove l’immagine è commossa, è viva come nelle belle descrizioni de “La luna e i falò” di Cesare Pavese. Guardare è sentire, gli occhi sono lo strumento necessario per raccontare l’emozione suscitata da una natura solitaria nella quale, è bene sottolinearlo, c’è l’ostinata assenza dell’uomo, il suo posto, infatti non è nell’immagine rappresentata ma è dietro la finestra; l’artista ci invita a stare vicino a lui, ci chiama con le stesse parole di Emily Dickinson: “Sapessero cosa si vede dalla mia finestra sul mondo”.
Dalla finestra vediamo gli oggetti reali, osserviamo una realtà carica di valori sacrali, il Dio di Palomba è nelle cose, come per Spinoza, nella natura: l’essenza della sua arte è quasi una contemplazione idolatrica.
Dal punto di vista formale la sua opera si interroga e nonostante ci trovaimo tra gli anni ’70 e ’80 del secolo passato manifesta apertamente una coscienza dei limiti dell’arte moderna nei confronti del passato che lo porta a credere ancora nei valore della pittura; è un realista convinto e il suo interesse primario è quello di rimanere fedele alla gentilezza dell’ordine, ad un disegno libero e composto e alla luce del colore.
Così Palomba si avvicina ai luoghi dell’infanzia: il suo sguardo scende sulle cose che ama e ci restituisce, in una ricerca dove tempo e memoria sono la stessa cosa, un mondo che sembra voglia fuggire via, una realtà destinata a scomparire e che la sua arte, invece, vuole cristallizzare, senza contrasti, senza fratture, dentro un dialogo silenzioso fatto di atmosfere e suggestioni. Da questa esperienza così intima e poetica la sua ricerca, negli anni della maturità, si manifesterà in più direzioni, prevalentemente nel segno della sperimentazione formale, dando campo libero al pensiero e alla volontà di sensibilizzare le coscienze sulla insostenibile situazione della storia contemporanea.
Durante gli anni romani, la dimensione metropolitana, che gli appare una spirale indefinita di attese e realizzazioni, lo porterà a promuovere un’attenta riflessione sulla crisi dei valori e, nonostante il ritmo frenetico della città abbia mortificato la vita dell’uomo, il suo impegno sarà sempre quello di trasmettere un forte messaggio di speranza, che significa riscatto da una vita alienante nella quale l’uomo appare ormai schiavo dello stress e della depressione.


La ricerca appassionata

di Augusto Callegari

Un’ anima particolare , un’ anima alla continua ricerca di forme e di espressione sempre più alte quella di Guerino Palomba. Ricercatore e pittore in atto sin dalla tenera età. Molisano di nascita e romano d’ adozione; Palomba si è portato dal Molise l’ eccezionalità dei colori della natura cogliendoli in tempi privilegiati quando luce e tempo la rendono straordinariamente suggestiva ed invitante a raccoglierne le mutevoli tonalità ed intensità cromatiche. Palomba non è comunque ancorato alla spinta originaria del suo essere molisano , a Roma , dove ha frequentato il liceo artistico e in Umbria , a Cascia , egli ha osservato attentamente il quotidiano svilupparsi delle esperienze confrontandosi anche con tendenze e progetti che lo hanno arricchito culturalmente e artisticamente. La sua pittura , oltre ad esser orientata sulla natura è carica di contenuti psicologici e sociali. Ed è appunto sul contenuto psicologico delle sue opere che GUERINO PALOMBA ha seguito la sua ricerca e realizzato i suoi quadri. Tutto questo da solo , in uno spazio ristretto con mezzi sottratti alle necessità vitali. Solo ma non solitario , sempre attento osservatore del mondo artistico , particolarmente a quello della pittura , sia del passato che del presente. Nonostante i problemi , le crisi e le difficoltà oggettive , Palomba continua a produrre opere a volte elegiaci , a volte inquietanti , ma , comunque esprimenti sensazioni e stati d’ animo di una laboriosa creatività artistica.

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